Del ruvido affanno

August 15th, 2009

di Cristoforo Prodan

Le tue isole assorte,
quelle che non vedevo,
mentre tacevi, intima
inevasa, e il tuo cocktail
d’accenti, urlo inlubrificato,
semplicemente era
(per furia deflagrante).

Ho meritato il tuo odio.

Volevo apparire per amore
d’innamoramento ricordato,
e ricordato male
(eppure non mistificato);
semplice aggettivo in un
discorso che era per me
affabulante nelle sue molecole
pericolosamente tossiche, e a me
apparse docili e pure.

T’amavo, come solitaria ipotesi:
in teoria cioè. Forse.
O pensavo forse a quella
come possibilità, come
mistico aspetto d’un’esistenza
fulmine, fulminea.
(Non so dire se lo fosse,
amore intendo).

Probabilmente ti vedevo
più che diversa unica.
Capace d’amare l’impossibile
contro un odio possibile.

Docile fragile poi
ti sei manifestata a me,
e ancora feroce ostile.

Volevo toccare le ferite,
le tue, cioè quelle inguarite,
e assaporarne il sangue,
prima che la secca macchia
attendesse pioggia.

Ti feci male senza saperlo,
e rimasi ferito e
andai per le vie traverse.

A te che non sarai
do queste frasi,
per manifesta beltà,
ch’è ruvido affanno.

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